22-12-2025
Una certa recente filmografia ha da sempre rappresentato le figure del crimine con personalità intriganti, affascinanti e poliedriche e ricorre, per farci amare ancora di più il personaggio, ad attori o attrici indubbiamente belli, attraenti e carismatici. Del resto la finzione non fa che ispirarsi alla realtà, perché è evidente che non solo il lato oscuro intriga lo spettatore spesso più di quello buono, ma tanti delinquenti che hanno poi alimentato le cronache anche italiane – e occupano ancora senza previsione di fine della loro pena le nostre patrie galere - sono stati uomini e donne piacenti, eleganti, dotati di stile e charme, qualcuno al punto di meritarsi il soprannome di faccia d’angelo.
Insomma, la bellezza e l’eleganza ci mettono nella condizione di abbassare la guardia e di apprezzare la strega cattiva che ci offre la mela avvelenata. E questa è proprio la riflessione più frequente che ha animato il mio ultimo recente viaggio in Asia, tra quattro straordinarie città, Tokyo, Hong Kong, Shenzen e Shanghai, in sei giorni, tra visite alle aziende e meeting con colleghi e istituzioni. A un anno di distanza dalla precedente missione asiatica, ho assistito a un ulteriore progresso verso il dominio tecnologico dell’Est sull’Ovest e ho preso atto, tristemente, del rischio che si annida nell’insipienza e nella superficialità delle politiche industriali europee, ammesso che ve ne sia una. L’elemento che più mi ha affascinato (e adesso capirete cosa c’entra con la potenza ammaliatrice della bellezza) e insieme inquietato è stata la concentrazione di iniziative imprenditoriali e progetti industriali intorno alla robotica antropomorfa. I progressi a cui ho assistito e la numerosità di sperimentazioni che ho osservato mi hanno fatto concludere che il robot umanoide rappresenterà per questo secolo quanto l’automobile ha costituito per il precedente. Un fenomeno industriale, politico, sociale, con effetti sulle regole, sull’economia, sull’urbanistica, sulle infrastrutture, senza precedenti, capace di muovere capitali ed energie e creare nuove opportunità di crescita e di distribuzione di ricchezza. Molto di più di quanto al momento stiamo immaginando dell’Artificial Intelligence, che ne rappresenta certamente la linfa intangibile sottostante, il fattore abilitante, ma che è nulla a mio parere rispetto alla capacità di impatto economico e culturale della tecnologia che a questa energia artificialmente intellettuale conferisce forma e sostanza, ce la rende percepibile nel quotidiano e ci consente di interagire con l’AI nelle modalità con cui la civiltà si è evoluta, attraverso le relazioni fisiche e di prossimità.
Ebbene, tra le mille cose che mi hanno colpito, la più determinante è stata l’enfasi che ho visto porre sullo sviluppo di robot umanoidi “belli”, da vedere e da osservare. Dalla sinuosità delle forme, sempre più umane e in alcuni casi esplicitamente femminili, alle movenze nella camminata, all’eleganza delle dita delle mani, dalle ovalità dei visi fino alle posture nell’interazione, ho tratto che le industrie cinesi che stanno investendo sulla robotica hanno piani strategici molto chiari, finalizzati a trasferire molto più rapidamente di quanto noi possiamo aspettarci la robotica umanoide nel segmento di mercato per così dire “consumer”.
Insomma, la bellezza e l’eleganza ci mettono nella condizione di abbassare la guardia e di apprezzare la strega cattiva che ci offre la mela avvelenata. E questa è proprio la riflessione più frequente che ha animato il mio ultimo recente viaggio in Asia, tra quattro straordinarie città, Tokyo, Hong Kong, Shenzen e Shanghai, in sei giorni, tra visite alle aziende e meeting con colleghi e istituzioni. A un anno di distanza dalla precedente missione asiatica, ho assistito a un ulteriore progresso verso il dominio tecnologico dell’Est sull’Ovest e ho preso atto, tristemente, del rischio che si annida nell’insipienza e nella superficialità delle politiche industriali europee, ammesso che ve ne sia una. L’elemento che più mi ha affascinato (e adesso capirete cosa c’entra con la potenza ammaliatrice della bellezza) e insieme inquietato è stata la concentrazione di iniziative imprenditoriali e progetti industriali intorno alla robotica antropomorfa. I progressi a cui ho assistito e la numerosità di sperimentazioni che ho osservato mi hanno fatto concludere che il robot umanoide rappresenterà per questo secolo quanto l’automobile ha costituito per il precedente. Un fenomeno industriale, politico, sociale, con effetti sulle regole, sull’economia, sull’urbanistica, sulle infrastrutture, senza precedenti, capace di muovere capitali ed energie e creare nuove opportunità di crescita e di distribuzione di ricchezza. Molto di più di quanto al momento stiamo immaginando dell’Artificial Intelligence, che ne rappresenta certamente la linfa intangibile sottostante, il fattore abilitante, ma che è nulla a mio parere rispetto alla capacità di impatto economico e culturale della tecnologia che a questa energia artificialmente intellettuale conferisce forma e sostanza, ce la rende percepibile nel quotidiano e ci consente di interagire con l’AI nelle modalità con cui la civiltà si è evoluta, attraverso le relazioni fisiche e di prossimità.
Ebbene, tra le mille cose che mi hanno colpito, la più determinante è stata l’enfasi che ho visto porre sullo sviluppo di robot umanoidi “belli”, da vedere e da osservare. Dalla sinuosità delle forme, sempre più umane e in alcuni casi esplicitamente femminili, alle movenze nella camminata, all’eleganza delle dita delle mani, dalle ovalità dei visi fino alle posture nell’interazione, ho tratto che le industrie cinesi che stanno investendo sulla robotica hanno piani strategici molto chiari, finalizzati a trasferire molto più rapidamente di quanto noi possiamo aspettarci la robotica umanoide nel segmento di mercato per così dire “consumer”.
La strategia industriale perseguita è rendere il robot amichevole, piacevole. La bellezza incuriosisce e induce a cercare l’interazione e allontana le nostre paure. Ci farà desiderare il possesso dell’oggetto, di cui ci innamoreremo facilmente come più rapidamente cadiamo nelle trappole dei sentimenti verso le persone che sono belle secondo i canoni sociali dell’estetica.
Ameremo l’androide perché sarà poco robot e molto umanoide, almeno ai nostri occhi, e ci farà credere che finalmente l’essere umano è riuscito nel progetto eterno dell’umanità di essere come Dio, capace di creare qualcosa (non qualcuno, che già quello biologicamente siamo in grado da sempre) a nostra perfetta immagine e somiglianza.
C’è chiaramente, come sempre accade nelle decisioni industriali asiatiche e in particolare cinesi, una visione lucida a lungo termine.
Come per la transizione energetica. Il più grave errore che in Europa abbiamo commesso sull’ambiente è trasformarlo in tema politico. Come tale, sempre opinabile, sempre divisivo. O a favore o contro, niente in mezzo. E di conseguenza, sotto l’onda lunga del trumpismo, adesso commetteremo l’ultimo definitivo errore, ossia torneremo indietro e ridiscuteremo tutto, con grande spreco di tempo e risorse pubbliche, perdendo l’ultima opportunità di vantaggio competitivo.
Per le imprese asiatiche, la robotica umanoide rappresenta la modalità più semplice e immediata per entrare definitivamente nelle nostre case, essere amichevolmente al nostro servizio e fare semplicemente business, tanto business, attraverso il dominio industriale e la supremazia tecnologica.
Lo scenario, come sempre, è chiaro. Ciò che non è altrettanto evidente è se la politica industriale europea e anche le strategie delle singole imprese del Continente, vieppiù quelle italiane, sapranno leggerlo.
Rispetto all’industria americana, abbiamo un vantaggio. In Europa, e soprattutto noi italiani, sappiamo dare forma alle cose. E in particolare, proprio il nostro sistema industriale, si distingue perché le forme, lo stile, il design italiano è ancora un tratto distintivo della nostra competitività. Con anticipo rispetto ad altri continenti, anni fa abbiamo lanciato nelle diverse economie nazionali, in particolare nelle due più manifatturiere, Germania e Italia, un programma “industria 4.0” che metteva al centro del rilancio industriale proprio le nuove tecnologie e l’automazione esasperata. Sarebbe il momento di accompagnare alle misure importanti per la transizione energetica delle azioni altrettanto vigorose per favorire la riconversione industriale. Molta parte della robotica umanoide cinese giunge da aziende automobilistiche, per fare un semplice esempio. Perché ci sono da un lato in comune tra robotica e auto la matrice tecnologica e metalmeccanica, la complessità operativa, la competenza manifatturiera, e dall’altro una prossimità commerciale forte, anche di credibilità dei brand. E lo stesso accade per Tesla. Invece che farci sfuggire i miliardi di dollari che l’industria automobilistica promette (sarà da vedere) di investire in USA per compiacere la politica tariffaria americana, su un business, quello del prodotto automobilistico, che è prossimo alla fine, dovremmo trattenere questi capitali in Europa e destinarli a creare il nostro dominant design di robotica antropomorfa per posizionarci rapidamente come gli unici veri concorrenti di un’economia manifatturiera che ha tante risorse e tanto commitment, ma non ha ancora (per poco) la nostra capacità di coniugare stile ed eccellenza ingegneristica.
Ameremo l’androide perché sarà poco robot e molto umanoide, almeno ai nostri occhi, e ci farà credere che finalmente l’essere umano è riuscito nel progetto eterno dell’umanità di essere come Dio, capace di creare qualcosa (non qualcuno, che già quello biologicamente siamo in grado da sempre) a nostra perfetta immagine e somiglianza.
C’è chiaramente, come sempre accade nelle decisioni industriali asiatiche e in particolare cinesi, una visione lucida a lungo termine.
Come per la transizione energetica. Il più grave errore che in Europa abbiamo commesso sull’ambiente è trasformarlo in tema politico. Come tale, sempre opinabile, sempre divisivo. O a favore o contro, niente in mezzo. E di conseguenza, sotto l’onda lunga del trumpismo, adesso commetteremo l’ultimo definitivo errore, ossia torneremo indietro e ridiscuteremo tutto, con grande spreco di tempo e risorse pubbliche, perdendo l’ultima opportunità di vantaggio competitivo.
Per le imprese asiatiche, la robotica umanoide rappresenta la modalità più semplice e immediata per entrare definitivamente nelle nostre case, essere amichevolmente al nostro servizio e fare semplicemente business, tanto business, attraverso il dominio industriale e la supremazia tecnologica.
Lo scenario, come sempre, è chiaro. Ciò che non è altrettanto evidente è se la politica industriale europea e anche le strategie delle singole imprese del Continente, vieppiù quelle italiane, sapranno leggerlo.
Rispetto all’industria americana, abbiamo un vantaggio. In Europa, e soprattutto noi italiani, sappiamo dare forma alle cose. E in particolare, proprio il nostro sistema industriale, si distingue perché le forme, lo stile, il design italiano è ancora un tratto distintivo della nostra competitività. Con anticipo rispetto ad altri continenti, anni fa abbiamo lanciato nelle diverse economie nazionali, in particolare nelle due più manifatturiere, Germania e Italia, un programma “industria 4.0” che metteva al centro del rilancio industriale proprio le nuove tecnologie e l’automazione esasperata. Sarebbe il momento di accompagnare alle misure importanti per la transizione energetica delle azioni altrettanto vigorose per favorire la riconversione industriale. Molta parte della robotica umanoide cinese giunge da aziende automobilistiche, per fare un semplice esempio. Perché ci sono da un lato in comune tra robotica e auto la matrice tecnologica e metalmeccanica, la complessità operativa, la competenza manifatturiera, e dall’altro una prossimità commerciale forte, anche di credibilità dei brand. E lo stesso accade per Tesla. Invece che farci sfuggire i miliardi di dollari che l’industria automobilistica promette (sarà da vedere) di investire in USA per compiacere la politica tariffaria americana, su un business, quello del prodotto automobilistico, che è prossimo alla fine, dovremmo trattenere questi capitali in Europa e destinarli a creare il nostro dominant design di robotica antropomorfa per posizionarci rapidamente come gli unici veri concorrenti di un’economia manifatturiera che ha tante risorse e tanto commitment, ma non ha ancora (per poco) la nostra capacità di coniugare stile ed eccellenza ingegneristica.


